San Siro

Sono in treno… Dormito quasi niente… Ma nelle vene scorre ancora quella linfa immateriale che si impadronisce dei sensi e persiste per alcune ore, dopo essere stati testimoni del Boss. Un ragazzo di 67 anni che ha inondato San Siro con 3 ore e 34 minuti di rock puro e ballate che lasciano ancora i brividi sulla pelle…

Tutti i miei timori ingiustificati per età e voce, sono stati spazzati via da una scaletta incredibile ed inaspettata e dallo sguardo e dal fisico di Springsteen che sembra dirti: “pensa a farcela tu ragazzo…”.

Questa volta non siamo sul prato (saremo li al Circo Massimo), ma al secondo anello di San Siro e soffriamo il muro d’aria che ci separa dal palco. Basta uno sguardo e decidiamo di non sederci. Sarebbe impossibile.

La musica di Morricone annuncia che il rito sta per ripetersi. Qualche ragazzina della nuova generazione, forse trascinata a forza da un genitore volenteroso, sta digitando frasi sul telefonino. Non sembra molto interessata a quello che le accade intorno. Davanti a me una coppia come tante. È lui il patito del Boss, si vede a primo sguardo e cerca di coinvolgere lei, raccontandole all’orecchio ogni dettaglio e ogni retroscena. Sento “Freehold”. Le sta raccontando la storia di un ragazzo del New Jersey che ha incantato il mondo col suo stile imperfetto.

In piedi accanto a noi, molte persone che sono venute da sole. Ci guardiamo. Poi lo sguardo torna sul palco e il rock indiavolato del Boss ha inizio. E non lascia scampo.

Cinque pugni nello stomaco esaltati dalle chitarre fluide ma pungenti e dal battito secco e vitale della batteria:

“Meet me in the city”
“Prove it all night”
“Roulette”
“The ties that bind”
“Sherry darling”

Un ragazzo accanto a noi non riesce a ballare. Ha una bandiera americana che gli fa da mantello, ma quel look stona con la sua età… avrà 45 anni, ma è trasfigurato in qualcos’altro. L’emozione lo immobilizza. Negli occhi sta rivivendo tante cose, troppe, tutte insieme.

“Can you feel the spirit?” gridato in blues, annuncia l’apertura del concerto di Capannelle del 2013… “Spirit in the night”.

Poi “Rosalita” e quando non te lo aspetti, il Boss colora la notte di rosso fuoco, con una interpretazione avvolgente di “Fire”. L’amico con la bandiera americana ha le lacrime agli occhi. Troppo direte voi, ma devo confessarvi che anche io le ho trattenute solo grazie all’onda energica dei primi brani, dalla quale devo ancora riprendermi. Riesco a filmarne un pezzo, ma mi trema la mano.

Il tipo accanto a me ancora non si riprende che Bruce affonda la lama con una delle interpretazioni più belle della serata, per molti inaspettata: “Something in the night”. La musica è sognante, non ti da tregua, colpisce sotto dove non puoi difenderti.

Allora ci pensa il Boss a spostare il tiro, perché non vuole regalarti subito tutto. Dosa sapientemente rock e melodia blues per tenerti a galla. Non vuole perderti e lo avverti.

“Hungry heart” e un tipo riccioluto, che avrà circa la mia età, salta fuori dalla fila degli spalti e si mette a ballare come un teenager nello spazio tra le vetrate. Ha una camicia a scacchi che mi ricorda gli anni settanta. “Io non posso ricordarmi gli anni settanta”, mi dico, ma scaccio il pensiero senza troppe domande.

Torna il tema della strada, della ribellione e del riscatto con “Out in the street”. Guardo l’orologio. Sta cantando da un’ora e solo allora comprendo che la voce è piena e per una sorta di fenomeno rituale, come ogni volta, invece di cedere, sta crescendo di intensità.

Poi “Mary’s place” e “Death to my home town”, che sposta la musica sul country rock.

Nemmeno il tempo di rifiatare che le luci si spengono e la batteria cala di intensità. Poi la magia si compie. L’armonica inconfondibile è calda come una voce che sussurri qualcosa di importante. E’ “The river”… La aspettavamo tutti, era scontato che ci fosse, ma arriva come un regalo. Per tutti.

La folla è in delirio. La ragazzina davanti a me non scrive più al telefonino e ascolta rapita la storia dei due ragazzi che tornano al vecchio fiume dopo molti anni. L’amico col mantello non ce la fa, è troppo emotivo e si siede. San Siro regala una tregua nella distorsione delle armoniche e voce e musica arrivano nitide ed intense.

Quando termina capisco che c’è un filo sottile che deve legare la canzone che ha dato nome al tour a qualcos’altro. Non so che cosa, ma non può ripartire col rock acceso della prima mezz’ora. Il mio amico Lorenzo mi guarda e mi trasmette la stessa sensazione. Capiamo dai primi accordi al piano che sta accadendo l’inaspettato. Ancora una volta. Sta per partire una pietra miliare del Boss, una delle più belle e struggenti canzoni di tutti i tempi.

Arriva la certezza con le prime indimenticabili strofe che parlano di corse clandestine e di vite maledette sempre in cerca di una redenzione.

“I got a sixty-nine Chevy with a 396
Fuelie heads and a Hurst on the floor
She’s waiting tonight down in the parking lot
Outside the Seven-Eleven store”

“Racing in the street” rompe il fiato, ti lascia cianotico e ti viene quasi da piangere. L’accoppiata con “The River” forse è studiata ad arte o forse no, fatto sta che la lama questa volta affonda un po’ di più e qualcuno crolla.

Si continua con “Cadillac ranch”, poi “The promised land”, “I’m a rocker”, “Lonesome day” e “Darlington country”.

“The price you pay” non me la aspetto e con me tanti intorno a me che non sanno se filmare o godersela. Opto per la seconda.

Non so più che ore sono, starà cantando da oltre due ore, ma la cosa non sembra averci provato. Come un’acqua di fonte, che sgorghi dalla roccia nuda, ne vuoi ancora.

E allora Bruce diventa sontuoso, cantando una “Because the night” che pochi sanno essere sua. Una canzone scartata e ripresa da Patti Smith su sua consapevole concessione.

Guardo le luci intermittenti sui grattacieli del centro direzionale, oltre il profilo dello stadio e mi godo la mia notte.

La ragazzina svogliata, sta ballando in piedi sui seggiolini, trascinata da una forza che la attraversa e alla quale non è più in grado di opporsi. Sorrido. Ma non c’è tempo.

“Streets of fire” prima (versione inedita) e “The rising” poi, completano il tripudio di nuova energia che non può che completarsi con “Badlands”. Una canzone meravigliosa che sembra quasi un brano minore rispetto ai tanti regali di questa magnifica scaletta. Springsteen può attingere ad un pozzo pressoché infinito, e la sua band lo asseconda obbedendo ad ogni cenno.

Penso a Ligabue e Zucchero che lo hanno visto la sera di domenica nel primo concerto e che si stanno perdendo tutto questo. O forse ci sono anche stasera. Una parte di me lo spera.

Siamo quasi a 3 ore di concerto e iniziano i bis. Si parte con la base di tastiera e chitarra di “Backstreets” per seguire con “Born to run”. La folla è provata ma ne vuole ancora.

E allora il Boss accende le luci, come per volerci riportare alla realtà e sorride.

Con “Seven nights to rock” ci fa ballare.

Poi il rito si compie con “Dancing in the dark” in cui balla con la ragazza di turno, che non sta nella pelle. L’ha prelevata lui stesso dalla folla come fa sempre, con buona pace delle guardie del corpo che hanno già rinunciato a controllarlo da quando si è addentrato da solo, suonando la chitarra, tra la folla del prato. Sta festeggiando il suo addio al nubilato e regala al Boss un nastro bianco che gli lega sul braccio, mentre si muove a tempo un po’ imbarazzata. Lui se lo tiene e la fa ballare con l’aria di un padre amorevole. Poi fa fare qualche altro giro di chitarra, permettendo ad un ragazzino di suonarla con lui. Che fosse preparata o meno, sembra davvero emozionantissimo e si gode il suo istante di gloria.

Qualcuno pensa di essere sul finale, ma chi conosce davvero il Boss sa che non è così: “Tenth Avenue freeze-out” e “Shout” precedono una inaspettata “Bobby Jean”. Poi ringrazia i componenti della band con la quale suona dalla notte dei tempi. Amici di una vita, alcuni ancora con lui, altri come Big Man (il sassofonista scomparso qualche anno fa), evocato in un video di repertorio che scorre nella memoria. E’ la “heart-stopping, pants-dropping, hard-rocking, booty-shaking, love-making, earth-quaking, Viagra-taking, justifying, death-defying, legendary E Street Band. Non servono altri aggettivi.

Siamo a 3 ore e 30. Lui ti guarda sorridente e beffardo come quell’eterno ragazzino che è. Imbraccia la chitarra acustica, si sistema l’armonica e chiude il concerto con una interpretazione di “This hard land” che ricorda quella di Dublino del 2013.
“Hey there mister can you tell me
What happened to the seeds I’ve sown
Can you give me a reason, sir,
as to why they’ve never grown”

I semi che hai seminato, Bruce, sono cresciuti floridi in quest’altra “Hard Land”.

Non potevo chiedere di più. E’ commosso anche lui. Alza la chitarra in segno di ringraziamento e si inchina al suo pubblico. In quell’immagine con il braccio che alza la chitarra sopra la testa c’è la storia del rock americano. Lui lo sa, ma non lo ostenta. Lo condivide con noi.

Mi guardo intorno e sono tutti increduli, provati ma felici. Il tipo col mantello, il ragazzo riccioluto con la camicia a scacchi, la coppietta davanti a me e la ragazzina che si è dimenticata definitivamente del suo telefonino. Guardo Alessandra e Lorenzo e non servono parole. Riparte la musica di Morricone… è “C’era una volta il West” che, come in un mantra, apre e chiude un buco nello spazio tempo attraverso il quale siamo stati guidati da una mano sapiente.

Torniamo a piedi saltando qualche fermata di metro e vediamo un padre ed un figlio tenerissimi ancora in trance. Il padre avrà quasi 80 anni, incede insicuro con una maglia con su scritto: “Springsteen 03″… Deve avere almeno 50 anni quella maglia azzurra…La musica del Boss è meravigliosa di suo, anche nelle versioni da studio, ma la prima volta che ti avvicini inconsapevole ad un suo live, ti aspetti, come per molti altri, che si sporchino le tracce acustiche, che commetta dei piccoli errori, insomma che rompa quella perfezione del brano curato ad arte. Difficile spiegare a chi non abbia mai fatto questa esperienza che accade proprio il contrario: è l’unico artista che abbia mai ascoltato in vita mia che riesca a creare sempre un secondo piano, una magia unica che si accende solo dal vivo. Provare per credere…

In una parola il più grande frontman vivente!

Aspettando Roma…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.